STRATEGIE E COMUNICAZIONE

Il chilometro diventa equo

03 marzo 2011

Bando alle semplificazioni eccessive. Il nuovo consumatore deve saper guardare alla supply chain alimentare considerando sempre anche la complessità dei temi etici e sociali

Un po’ di storia non guasta mai. L’espressione food miles, initaliano km zero, fu coniata negli anni ‘90 nel Regno Unitoda un ricercatore, Andrea Paxton, per indicare la distanzapercorsa dal cibo “dalla fattoria alla forchetta”. Nel 1993,un’analisi svedese stimò che gli ingredienti tipici di unacolazione locale (mela, pane, burro,formaggio, caffè, succo d’arancia ezucchero) percorrevano una distanzapari alla circonferenza del Pianeta terraprima di arrivare sul tavolo. Nel 2001,un gruppo di studiosi ha analizzatola tratta compiuta dagli ingredienti diuna pietanza tipica dell’Iowa, l’arrostocon le verdure. I risultati sono statisorprendenti: il sistema distributivodei prodotti alimentari prevedeva che gli elementi checompongono quel piatto viaggiassero su semi-rimorchi peruna distanza media complessiva di 2.400 km, nonostantefossero prodotti localmente, ma destinati all’esportazione…La scelta degli equivalenti locali avrebbe ridotto a 72 kmla strada percorsa e contribuito ad abbattere le emissionidi anidride carbonica e i consumi di carburante associati altrasporto. Per non parlare dell’inevitabile confronto tra unpomodoro snervato, pieno di conservanti e pesticidi, cheatterra sulla nostra insalata dopo tanti km di autostrada eun bel pomodoro coltivato con amore nella fattoria vicino acasa (vedi “A tale of two tomatoes: local Lucy and TravellingTom”, disponibile sul sito di Ecotrust).Di fronte a simili paradossi, il richiamo al local food sembrauna questione di buon senso. Ed è così che, in un mondosempre più globale, “eat local, buy local,be local” diventa il motto dei sostenitoridel food miles e di quanti associano ilcibo locale a uno stile di vita più sanoe genuino. Si stima che, solo negli StatiUniti, la vendita dei prodotti locali fosse,nel 2002, pari a 4 miliardi di dollari eche, entro il 2011, arriverà a superare i 7miliardi. Perché mangiare locale fa benea tutti, all’ambiente in quanto riducele emissioni associate al trasporto, al portafoglio, perchélimita la possibilità di intervento nel prezzo dal produttoreal consumatore e all’economia locale perché sostienel’agricoltura.

 

Gli elementi critici

 

O, almeno, così sembrava. Perché l’11 dicembre 2009, in occasione della conferenza internazionale sul clima di Copenaghen, l’Istituto internazionale per l’ambiente e lo sviluppo (Iied) ha presentato i risultati di una ricerca, secondo cui, nel Regno Unito, il cibo prodottolocalmente provocherebbe maggiori emissioni di gas serranell’atmosfera rispetto al prodotto importato (“Fair miles:Recharting the food miles map”), demolendo l’equazionealla base del concetto di food miles.Perfino nel caso in cui il cibo viaggi per lunghe distanze viaaerea, l’emissione complessiva di gas serra risulterà inferiorea quella prodotta dal cibo locale, a causa di altre fonti diemissioni, che prescindono dalla sola componente trasporto.I dati parlano chiaro, le emissioni generate nel 2006 nellaGran Bretagna dalla catena alimentare sono generatesolo per il 9% dal trasporto. Agire solo sul trasportoquindi, non solo è inutile, ma addirittura potrebbe esserecontroproducente. L’attacco alle food miles non si limitaperò al piano metodologico. Secondo James MacGregordell’Iied: «Le emissioni medie di anidride carbonica di uncittadino inglese sono 35 volte superiori rispetto a quelledi un cittadino del Kenya. Rifiutandoci di acquistare il ciboche producono e vendono, penalizziamo queste comunitàa bassa emissione e limitiamo il loro diritto allo sviluppo. Lagente che pensa di risolvere i problemi climatici del Pianetaevitando di acquistare cibo che ha viaggiato per lunghedistanze, in realtà rischia di affamare milioni di persone,negando loro il reddito di cui necessitano per la casa,l’alimentazione,la sanità el’educazione deifigli e generandoin definitiva nuovemasse di disperatiin fuga dalle proprieterre».

 

La scelta

 

E allora che fare?Secondo i ricercatoridell’Iied, la stradada percorrere è nelcambio di prospettiva, nel passaggio dal concetto di foodmiles a quello di fair miles, ovvero dal km zero al km equo. Ènecessario allargare il punto di vista, la scelta del cibo devediventare etica e tenere conto di tutto lo spettro dei possibiliimpatti – ambientali, economici e sociali – perché la distanzapercorsa dal cibo è solo una piccola parte di un più ampiocontesto di sviluppo sostenibile.Diventare consumatori etici: è questa la sfida per unosviluppo che sia davvero sostenibile per tutti. O, almeno, cosìsembra. Fino alla prossima puntata.

 

 

di Carlo Cici, partner e
Diana D’Isanto senior consultant di Rga