STRATEGIE E COMUNICAZIONE

Imprese verso il cambiamento

03 marzo 2012

Si afferma negli Stati Uniti la B-Corporation, un nuovo modello che coniuga il profitto al perseguimento di obiettivi socio-ambientali. Per alcuni una sorta di resistenza del capitalismo.

È tempo di crisi, non congiunturale ma strutturale. Di conseguenza è naturale pensare a modelli nuovi e diversi anche, e soprattutto, in termini di governo e gestione d’impresa. A tal proposito, recentemente l’Harvard Business Review e The Economist hanno posto l’attenzione sulle cosiddette BCorporation. Di cosa si tratta?

 

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Le B-Corporation nascono in risposta alla necessità di perseguire obiettivi sociali e ambientali, rendicontandone periodicamente gli impatti, oltre che di generare profitti. Ricorrendo solo in parte alle donazioni per finanziare le proprie attività. Il sistema di governance di tali imprese include spesso la partecipazione degli stakeholder rilevanti dell’organizzazione.
In Italia sono presenti storicamente alcune tipologie di organizzazioni economiche il cui obiettivo non è esclusivamente legato alla massimizzazione del profitto, si pensi per esempio alle cooperative o alle imprese sociali. La vera differenza tra queste organizzazioni e le B-Corporation, oltre all’approccio olistico adottato da queste ultime nei confronti di tutti gli stakeholder, è che le B-Corporation nascono anche per generare profitti. Harvard Business Review identifica, con la nascita delle B-Corporation, l’emergere di un quarto settore che, alla luce delle crescenti pressioni che rendono i confini tra profit, non profit e attività governative sempre più labili, accoglierà in sé tutte quelle attività non strettamente riconducibili agli altri tre settori. Indipendentemente dalla condivisione di tale affermazione, è indubbio come la nascita di questa nuova tipologia di impresa porti con sé una serie di innovazioni dal punto di vista delle politiche pubbliche, dell’accesso ai capitali, dei servizi offerti dai professionisti a supporto di tali imprese e degli standard di rendicontazione. È in quest’ultima area che opera B-Lab, società di Philadelphia, che certifica le B-Corporation solo se rispondenti a una serie di parametri minimi in termini di impatti positivi relativi a dipendenti, consumatori, comunità, ambiente e rendicontazione.

A oggi la società ha certificato più di 500 B-Corporation attraverso un sistema di rating. Inoltre il sistema di rating concepito da B-Lab è utilizzato da più di 3 mila imprese per valutare i propri impatti positivi. The Nation, settimanale statunitense, stima che nel 2011 i ricavi complessivi delle B-Corporation si siano attestati sui 4,5 miliardi di dollari.

Per The Economist la B-Corporation supera la dicotomia tra organizzazioni profit e non profit, talvolta considerate semplici organizzazioni caritatevoli e quindi spesso in difficoltà nella raccolta di capitali. Per esse è più facile raccogliere fondi a scopo benefico anziché finanziare la loro crescita. Alcuni
Stati americani, tra cui California, Virginia, New Jersey e New York, hanno recentemente promulgato leggi che istituiscono le B-Corporation come una tipologia di impresa a sé stante, che non beneficia di vantaggi fiscali, ma con obblighi nei confronti di tutti gli stakeholder. È previsto, per esempio, avere una mission sociale, o dover rendicontare le proprie performance sociali e ambientali facendole certificare da un ente terzo. Il tutto generando anche profitti. Pochi giorni fa Muhammad Yunus, ideatore del microcredito, ha affermato come «proprio grazie a questa crisi si sta capendo,
anche se nessuno lo vuole ammettere, che il capitalismo è arrivato al capolinea». In quest’ottica la nascita delle B-Corporation può essere vista come il primo passo verso la realizzazione di un nuovo paradigma di mercato. Oppure è l’ultimo colpo di coda di un sistema in affanno che, non avendo gli
strumenti per affrontare i continui e repentini cambiamenti del mercato, cerca un modo per rimanere a galla?

 

 


di Carlo Cici, senior manager
e Matteo Brambilla, consultant di Rga