STRATEGIE E COMUNICAZIONE

L'amarcord dell'etica aziendale

05 maggio 2010

In 25 anni, la responsabilità sociale d’impresa è cambiata molto. Ecco come, nell’appassionata ricostruzione di un esperto del settore, che ha saputo anticipare i tempi

Come si è evoluta in 25 anni la disciplina della responsabilità sociale e ambientale d’impresa? In quegli anni ero alle prese con la mia tesi di laurea, che mi portò a verificare quanto, a livello internazionale, la tematica era ormai ampiamente sviluppata e consolidata e nasceva dall’esigenza di rispondere a tre questioni chiave: l’accresciuta scala dei rischi connessi alle nuove tecnologie, il mutato livello di percezione di questa tipologia di rischi da parte della popolazione e, soprattutto, lo sviluppo della società post-industriale che poneva, tra l’altro, maggiore attenzione alla qualità della vita. In linea con le contemporanee teorie di stakeholder management, in quegli anni si consolidava l’esigenza di mappare il mondo esterno all’impresa in modo più articolato, il che comportava l’inclusione della variabili ambientali e sociali. I contributi teorici e applicativi, sviluppati in particolare nel mondo anglosassone, fecero la loro comparsa nel nostro Paese, 25 anni fa, con la pubblicazione de “L’Impresa e l’Ambiente” di Paolo Schmidt di Friedberg, il maestro con cui ho avuto l’onore di lavorare dal 1991 sino alla sua scomparsa. Con un taglio più strategico, sempre in quegli anni, Riccardo Pastore e Gianfranco Piantoni pubblicavano “Strategia sociale d’impresa” nel quale gli autori sostenevano la seguente tesi : per evitare conflittualità tra impresa e parti interessate non basta rispettare i vincoli di legge o l’eccellenza tecnologica. È indispensabile ‘fare i conti’ con il consenso degli interlocutori sociali. Se l’accademia era consapevole della problematica, che cosa ne pensavano invece i manager d’impresa? Grazie ad alcune indagini utilizzate per la tesi di laurea sono in grado di ricostruire il contesto che caratterizzava la cultura d’impresa. Nel 1991, Deloitte condusse una ricerca a livello europeo sulle tematiche ambientali che evidenziava come il 75% delle società intervistate, tutte di grande dimensione, assegnava ai propri manager la responsabilità dei problemi ambientali, questi manager, però, dichiaravano la propria inesperienza su tali temi. Inoltre, era raro trovare dirigenti la cui più importante responsabilità fosse la gestione degli aspetti ambientali o fossero incaricati d’ìintegrare la pianificazione strategica con l’ambiente. Da un’analoga ricerca condotta nel 1992 da McKinsey a livello mondiale emergeva che la sensibilità al problema delle imprese italiane era nella media, mentre risultavano in forte ritardo rispetto alle misure adottate e alla proattività nei programmi a lungo termine. Il rapporto, inoltre, a fronte di una sempre più spiccata caratterizzazione in senso ecologico del mercato europeo, prevedeva una posizione di svantaggio per le imprese italiane, con possibili ripercussioni sulla competitività e redditività. Molto più modestamente nel 1991, sempre per la tesi, condussi un’indagine tra gli studenti di strategie aziendali di Cà Foscari i quali, nel 50% dei casi, dichiaravano che il tema ambientale era stato affrontato in aula in modo marginale e l’80% di loro auspicava l’attivazione di un corso ad hoc. Solo il 20% dei futuri manager, interrogati su esempi concreti di buone pratiche di management ambientale diceva di averne sentito parlare. Infine, anche se la maggioranza si esprimeva a favore di una gestione aziendale che si occupasse anche di ambiente, molti sostenevano la necessità di un intervento dello Stato per regolamentare il comportamento delle aziende! Quando cominciai a fare questo mestiere ero considerato un po’ naif. Oggi dicono che è il lavoro del futuro. Mi aspetto che nei prossimi 25 anni sarà la professione del presente.

 

 

di Carlo Cici, partner di Rga