ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CERTIFICAZIONE

Modelli a confronto

08 agosto 2012

Il vero valore aggiunto delle certificazioni potrebbe risiedere nella condivisione tra imprese delle best practice, per innescare processi virtuosi di miglioramento continuo

Certum facere, ossia il “dichiarare che qualcosa sia vero”, sembra una delle azioni più compiute oggi: si certificano persone, strumenti, documenti, procedure, processi, aziende, organizzazioni.
Esistono enti che hanno l’obiettivo di conferire attestazioni di conformità rispetto a norme o codici, riferendosi a fatti, atti o caratteristiche risultanti da elementi oggettivi e il risultato del lavoro di questi enti può contribuire a determinare il destino delle persone. Si pensi a un’azienda che, per partecipare a una gara di appalto, debba possedere determinati requisiti accertati, appunto, da una certificazione.
Ma qual è il reale valore aggiunto di questa attestazione?
L’atto, di per sé, è una mera fotografia dell’esistente e serve a comunicare a terzi la conformità dell’oggetto, quale esso sia, persona, azienda o processo, rispetto a requisiti espressi da un criterio di riferimento.

Se ci soffermiamo sulla certificazione di un modello organizzativo realizzato in un’azienda a fronte di normative internazionali o delle best practice aziendali o di settore, possiamo comprendere che tale attestazione rispetto a requisiti scelti e sottoscritti dall’impresa stessa, non aggiunga nulla alle persone, che in quel modello credono, perché l’hanno creato dopo confronti, studi e analisi.
Certamente se il certificatore, generalmente esperto e competente, nell’ambito della propria attività,
avviasse un processo virtuoso con l’azienda, che le permettesse, attraverso una visione terza, di migliorarsi e di perfezionare i propri processi, potrebbe essere molto utile e interessante, ma si integrerebbe, comunque, con le contribuzioni di chi è stato coinvolto nella messa a punto di quel modello, senza aggiungere qualcosa di diverso.
Il vero valore aggiunto che può dare la certificazione di un sistema di gestione aziendale potrebbe consistere, se utilizzato in maniera adeguata, nel consentire alle imprese di partecipare a un network, che ragionerebbe secondo le medesime basi e i medesimi obiettivi, utilizzando una semantica comune, garantita, per esempio, dall’aderenza alle stesse norme o criteri di riferimento, che proprio in questo e nel virtuosismo connesso al miglioramento continuo trovano il loro punto di forza. Si potrebbero valorizzare il più possibile le esperienze che permettono di confrontarsi con aziende che ragionano nello stesso modo, anche grazie alla realizzazione di modelli organizzativi, i quali, derivando dalla stessa matrice, faciliterebbero il dialogo e la comprensione tra chi li conosce e li applica.

Sfruttando l’elemento comune della certificazione, si potrebbe costruire una rete di condivisione delle informazioni che agevolerebbe lo scambio di conoscenze, esperienze e soluzioni per il miglioramento dei processi, al fine di garantire una diffusione di sapere tra soggetti analoghi e di sfruttare tutte le sinergie possibili. In tal senso, gli enti di certificazione potrebbero prendere esempio dall’Efqm (European foundation for quality management), organizzazione non profit su base associativa fondata nel 1988 per iniziativa di 14 fra le principali aziende europee: Bt, Robert Bosch, Bull, Ciba-Geigy, Dassault Aviation, Ab Electrolux, Fiat Auto, Klm, Nestlé, Olivetti, Philips, Renault, Sulzer, Volkswagen, con l’obiettivo di aumentare la competitività dell’Europa verso il Giappone e gli Stati Uniti.

Efqm annovera più di 850 membri in 35 paesi europei e oltre 20 mila organizzazioni pubbliche e private applicano il modello. Nel 1991 Efqm ha dato vita al Modello Efqm per l’eccellenza e all’European Quality Award (Premio europeo per la qualità) per le grandi imprese;
insieme ad Eoq (European organization for quality) e all’Unione europea, ha personalizzato il modello per le esigenze delle Pmi e, oggi, anche per le amministrazioni pubbliche. In Italia questo modello non trova molte applicazioni, mentre le certificazioni potrebbero rappresentare il comun denominatore tra soggetti con le stesse caratteristiche, con la possibilità di aprire canali di confronto per puntare al miglioramento continuo e alla condivisione di esperienze virtuose.

 


di Rossella Zunino, partner Rga