STRATEGIE E COMUNICAZIONE

Più sostenibili, più competitivi

10 ottobre 2012

È in preparazione il secondo rapporto su sostenibilità e competitività in Italia.
Il 18 ottobre, nel corso del Sap Sustainability Forum, saranno presentati in anteprima i risultati

Sostenibilità fa rima con competitività oppure è solo un lusso che non possiamo più permetterci in tempi di crisi? Del resto anche l’agenda politica internazionale, e di conseguenza molti governi nazionali, sembrano dedicare sempre meno tempo, risorse e più in generale impegno alla sfida dello sviluppo sostenibile. Barack Obama ha vinto la campagna elettorale puntando sulla green economy come motore di sviluppo del Paese.


Sono parecchie le iniziative ambientali, anche di grande rilievo, che sono rimaste sulla carta: la creazione di un sistema ‘Cap & Trade’ che permettesse di ridurre dell’80% le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 e la rendicontazione annuale delle performance energetiche del Paese in uno specifico rapporto, lo “State of our energy Future”. L’esempio degli Stati Uniti è emblematico in
quanto altri governi, europei e non, hanno dovuto rinunciare ad ambiziosi programmi in termini di sostenibilità a causa della crisi e delle elevate pressioni dei mercati che hanno spostato l’attenzione su altre priorità. Non si è quindi deciso di intraprendere la strada della sostenibilità come una via strategica per disegnare il futuro, ma di comprimere al minimo gli investimenti con un ritorno non immediato. Il fallimento di Rio+20 costituisce l’ennesima e pesante conferma di defocalizzazione delle politiche pubbliche in materia di sostenibilità. A livello italiano, il caso dell’Ilva di Taranto riporta la relazione ambiente e sviluppo alla dinamica di un gioco a somma zero.


Chi crede ancora nella sostenibilità come motore di innovazione e sviluppo? Dai primi risultati dell’indagine su sostenibilità e competitività condotta da Rga insieme a Sap e GreenBusiness sono le imprese le gambe della sostenibilità per effetto, presumibilmente, della pressione di consumatori e cittadini. Non tutte le imprese. Una parte sì e una no. Gli indecisi che stanno alla finestra sono sempre meno. Del resto di questi tempi troppa esitazione può essere fatale. Questa appare la principale differenza di scenario rispetto alla stessa indagine condotta nel 2009. Alcune aziende disinvestono mentre altre aumentano il loro impegno in materia di sostenibilità.

 

Si tratta probabilmente di un nuovo punto del ciclo evolutivo della sostenibilità in cui chi ci crede
spinge con maggiore convinzione mentre gli altri si disimpegnano. La crisi, in quest’ottica, è probabilmente un acceleratore di un processo che era già in atto. In altri termini, le aziende che hanno già iniziato a integrare la sostenibilità nel loro business raccolgono risultati e, pur nella ristrettezza del periodo, continuano a investire.


Viceversa, le imprese attratte dalla sostenibilità per un effetto moda e che hanno, di conseguenza, concentrato l’attenzione in comunicazione, si sono rese conto che parlare di sostenibilità senza farla è più un costo che un’opportunità. Non si può dar loro torto.


Del resto, in particolare in alcuni settori, la sostenibilità non è una condizione necessaria
per operare. Si conferma l’esistenza di una forma di ‘sustainability divide’ tra le aziende con alta e bassa cultura della sostenibilità che, esattamente come il ‘digital divide’, si riflette nelle prestazioni economiche e finanziarie.

 

Così come evidenziato in modo straordinario da Eccles dell’Harvard Business School, dopo un’analisi durata 20 anni, le aziende High Sustainability hanno comportamenti profondamente diversi dalle Low Sustainability con impatti rilevanti anche sui risultati d’esercizio.


In questo quadro l’indagine realizzata da Rga insieme a Sap e GreenBusiness costituisce un elemento di approfondimento sullo scenario italiano anche attraverso confronti internazionali con l’obiettivo di verificare se in Italia è sempre maggiore la forbice tra le aziende che investono
in sostenibilità e quelle che, invece, hanno già cominciato la fase di disimpegno.

 

 

di Carlo Cici, partner di Rga